Largest Contentful Paint (LCP): la metrica di Google che rivoluziona il ranking

Cos’è e come si può migliorare il primo dei parametri dei nuovi Web Core Vitals

La rivoluzione targata Google Page Experience per una migliore UX ha agitato per mesi i sonni dei più accorti webmaster, addetti al marketing e alle vendite on line e ora sta per diventare una realtà. L’aggiornamento dell’algoritmo, annunciato da un anno, scatta a maggio 2021, dando il via a nuove metriche di cui Google terrà conto ai fini del ranking dei siti nei risultati del motore di ricerca.

I nuovi parametri introdotti dall’update di Google Page Experience sono soprattutto i Core Web Vitals pensati per misurare i principali elementi che influenzano la reale esperienza dell’utente durante una sessione di navigazione (e infatti sono basati non su simulazioni, ma su dati reali rilevati dall’utilizzo di un sito web da parte di essere umani). La mancata ottimizzazione di uno o peggio di tutti questi parametri minaccia di essere severamente punitiva ai fini del posizionamento nel ranking di un sito web, con conseguenze pesantemente negative non solo per gli e-commerce, ma per tutte le aziende. 

La customer journey, infatti, inizia ormai per quasi tutte le tipologie di prodotto sul web, indipendentemente che si concluda poi online oppure offline. Una tendenza nelle abitudini di acquisto che numerose ricerche danno in crescita e che la pandemia non ha fatto altro che incrementare ancora di più. Ottimizzare la user experience è dunque vitale per il successo di qualsiasi campagna di marketing. Ma non è il caso di cadere nel panico: esistono soluzioni di facile applicazione che risolvono e prevengono i problemi alla radice senza toccare l’architettura e il codice dei siti.

I Core Web Vitals: quali sono e come funzionano

I nuovi Core Web Vitals sono tre e prima di vedere più nel dettaglio il primo di questi fattori, ovvero la Largest Contentful Paint con dei consigli su come ottimizzarlo ai fini di una migliore UX da parte dell’utente, diamo uno sguardo d’insieme.

I principali nuovi parametri introdotti da Google sono: 

  • Largest Contentful Paint (LCP): misura la velocità di renderizzazione dell’elemento più significativo della pagina, calcolata dall’inizio del caricamento della pagina stessa: potrebbe trattarsi dell’immagine o del blocco di testo più grande all’interno dell’area visibile della pagina (viewport) 
  • First Input Delay (FID): calcola la velocità del sito nelle interazioni con l’utente. In particolare, tale parametro analizza il tempo di risposta, misurandolo dal momento nel quale l’utente interagisce per la prima volta e in qualsiasi modo (con click su un link o su un pulsante, per fare qualche esempio) con una pagina, all’istante nel quale inizia l’elaborazione della risposta da parte del browser
  • Cumulative Layout Shifts (CLS): è la somma di tutti i singoli spostamenti degli elementi visibili sulla viewport durante il caricamento. In sostanza, tale fattore misura la stabilità visiva della pagina durante il caricamento dei contenuti, di testo, immagini o video che siano.

Ognuno di questi fattori è considerato di pari e fondamentale importanza da parte di Google ai fini della valutazione della user experience e cioè di una corretta, fluida e piacevole fruizione di contenuti di un sito e quindi del punteggio assegnato ai fini del ranking. Ma che la Largest Contentful Paint, che in sostanza analizza e misura la velocità di caricamento di una pagina, sia elencata per prima non è un caso.  Anche se sono tutti vitali, la LCP rappresenta forse il parametro a maggior impatto sui visitatori dei siti, poiché è la prima caratteristica in ordine di tempo che si sperimenta una volta atterrati sulla pagina. 

Cos’è e come si misura la Largest Contentful Paint

Infatti, tanto minore è l’attesa e quindi inferiore il tempo di caricamento, migliore sarà l’esperienza offerta al visitatore della pagina. Al contrario – ed è vita vissuta quotidianamente da tutti – maggiori sono i tempi, maggiore sarà la possibilità di abbandono, indipendentemente dalla qualità dei contenuti della pagina, testi o immagini che siano. La velocità di caricamento è dunque il fattore di ingresso: trascurarlo o rinunciare ad ottimizzarlo significa minare il successo di qualunque strategia marketing. 

Da un punto di vista tecnico, si può dire che la LCP analizza e valuta il tempo occorrente per la renderizzazione dell’elemento più grande sul display dell’utente, sia su dispositivi mobili che desktop. Si tratta del contenuto visibile ovviamente, perché è quello che determina la percezione da parte dell’utente della velocità di caricamento del sito o della singola pagina visitata.  

Ma cosa si intende per elemento visibile? Vengono classificati in questa categoria:

  • Gli elementi con immagini di sfondo caricate con CSS
  • Gli elementi che contengono dei nodi di testo
  • Le immagini 
  • I video

La metrica introdotta da Google classifica così i valori per i tempi di caricamento e quindi della LCP:

  • Buono, quindi user experience ottimale, quando minore o uguale a 2,5 secondi per almeno il 75% delle volte nelle quale la pagina viene caricata
  • Da migliorare: maggiore di 2,5 secondi ma minore o almeno uguale a 4 secondi, sempre nel 75% o più dei caricamenti
  • Cattiva user experience: quando il tempo è maggiore ai 4 secondi

Inoltre, ci sono anche altre metriche che vengono misurate durante il caricamento di una pagina e vanno considerate. Eccole:

  • First paint (FP) che considera il momento nel quale il browser compie il primo rendering di parti della pagina, anche quelle senza contenuto visibile
  • First Contentful Paint (FCP) che considera il momento nel quale testo o immagini vengono visualizzati dal browser la prima volta e quindi misura il tempo occorrente per un browser per ricevere il primo byte di un elemento visibile della pagina web. 

Cosa e perché rallenta la LCP e come rimediare

Per misurare questi fattori esistono vari strumenti sia sul campo che da laboratorio. Tra i primi Chrome User Experience Report, PageSpeed ​​Insights, Search Console (rapporto Segnali web essenziali), Libreria JavaScript web-vitals. Tra quelli da laboratorio Chrome DevTools, Lighthouse, WebPageTest.

Ma alla fine che cosa può rallentare Largest Contentful Paint? E soprattutto, quel che più interessa,  come si può, invece, velocizzarla?  Semplificando la velocità del caricamento dei contenuti di una pagina è dovuta sostanzialmente a 4 fattori, segnalano gli esperti Google. Tali elementi, che possono operare separatamente o in cumulo tra loro, sono:

  • Server lento nella risposta
  • Risorse (JavaScript e CSS) che creano un blocco del rendering 
  • Caricamento delle risorse lento
  • Rendering lato client

Come si vede, senza entrare troppo nel dettaglio si tratta di fattori che richiedono interventi importanti sui codici HTML, su JavaScript e CSS o quanto meno di ottimizzazione delle immagini. Si tratta di interventi lenti, costosi, invasivi che possono essere saltati a piè pari con un layer come iSmartFrame che senza nulla toccare nelle risorse e nei contenuti del sito, velocizza e ottimizza i tempi di caricamento delle pagine. 

Il layer opera tra il server e il browser dell’utente minimizzando i problemi del sito e massimizzando la user experience, consentendo di stare nei parametri fissati da Google per la LCP. Che a ben vedere non sono neanche così severi se si considera il grande impatto che hanno. Gli stessi ricercatori di Mountain View infatti, su thinkwithgoogole.com calcolano in un +123% il rischio di rimbalzo su mobile nel caso di aumento del tempo di caricamento da 1 a 10 secondi e un tracollo delle conversioni del 95% nel caso di un aumento del numero degli elementi di una pagina.  

Insomma, ne va del posizionamento nei motori di ricerca con quel che consegue sulle performance di traffico organico e sulle vendite, oltre che di UX dei clienti, che dei Web Core Vitals non sanno nulla, ma sanno ben distinguere tra un user experience soddisfacente e da ripetere e una scadente dalla quale scappare subito e stare alla larga in futuro. Le conseguenze, ancora una volta, sono più che evidenti sia sul traffico che sul fatturato. Ecco perché i webmaster e i marketing manager più avveduti non hanno preso sottogamba i nuovi algoritmi: sanno che possono essere micidiali.

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